Noi siciliani ci crediamo "sperti". Lo siamo veramente? Crediamo che il valore stia nei soldi ma forse la Qualità sta altrove. ;-)
lunedì 2 novembre 2009
Musica e P2P: gli utenti peggiori sono i migliori
Il sondaggio è stato condotto su un panel di 1000 utenti tra i 16 ed i 50 anni. L'agenzia Ipsos Mori, da cui giungono i dati, comunica che un utente su 10 ammette di aver già scaricato musica in modo illegale; all'interno di questo 10%, però, si conferma una propensione all'acquisto molto più alta rispetto al restante 90% degli utenti. Chi ha già fatto uso di file sharing, infatti, spende ad oggi in media 77 sterline annue in prodotti musicali; chi non ha mai scaricato, invece, ammette un budget approssimativo di 33 sterline. Nelle 44 sterline di differenza c'è tutta la tensione che un sondaggio simile porta nel dibattito contro il P2P nei paesi in cui gli interventi legislativi stanno per portare misure estremamente restrittive nei confronti degli utenti.
Pensare che il file sharing possa essere univocamente una forma promozionale agli acquisti sarebbe una interpretazione forzosa, sicuramente fuorviante. Ignorare il legame confermato dai numeri, però, sarebbe un atteggiamento doloso. Per questo la Demos (la quale ha commissionato l'indagine Ipsos) ed i commenti Forrester Research sottolineano soprattutto il fatto che l'utenza odierna sia composta da molti "nativi digitali", i quali non hanno una cultura di musica a pagamento e si attendono prodotti con prezzi più consoni e modelli distributivi alla loro forma mentis. La richiesta, insomma, nasce dai numeri ed è rivolta al mercato della distribuzione: la soluzione ai problemi non è nello scontro, ma nell'incontro.
I numeri dell'indagne Ipsos Mori non fanno altro che confermare una teoria confermata più e più volte da ricerche medesime compiute in passato. Il percorso in questi anni è però stato sempre lo stesso: l'industria preme e il legislatore usa le armi a propria disposizione per reprimere. Nuove forme di distribuzione e nuovi attori di mercato, però, stanno per proporre innovative formule basate su streaming, advertising, offerte all-inclusive. Scontro e incontro, per questo motivo, potrebbero presto diventare facce della stessa medaglia: mentre l'industria evolve, il legislatore frena.
Tra le righe è facile evincere come ogni valutazione futura debba partire dai numeri e dalle certezze disponibili: i clienti migliori (perché acquistano di più) sono anche i clienti peggiori (perché scaricano di più). Parlare nel modo corretto a questo tipo di community potrebbe essere importate. Disconnetterli dal Web, invece, potrebbe avere effetti collaterali.
martedì 20 ottobre 2009
Disabile difende una cassiera e viene percosso: è grave

CHE CIVILTA'...
DA CORRIERE.IT
RAGUSA - Un disabile intervenuto in difesa di una cassiera insultata da un cliente in un supermercato di Ragusa è stato brutalmente picchiato ed è ora ricoverato nell'ospedale «Paternò Arezzo» in gravi condizioni.
ARRESTATO L'AGGRESSORE, PREGIUDICATO - Il pestaggio è stato interrotto dall'intervento dei carabinieri, che hanno arrestato l'aggressore, Pietro Baglieri, 33 anni, pregiudicato nato in Germania e da tempo residente a Ragusa. L'uomo si era rifiutato di pagare all'uscita del supermarket «Alis» in via Caronia, e aveva reagito con pesanti offese all'insistenza della cassiera perché saldasse il conto. In difesa della donna è intervenuto un disabile di 58 anni, che era in coda alle casse, e Baglieri ha cominciato a colpirlo con calci e pugni finché non sono arrivati i carabinieri, avvertiti dal personale del supermercato. Bagliere deve ora rispondere di lesioni aggravate.
20 ottobre 2009
venerdì 16 ottobre 2009
Il quarto potere COMANDA.

Preludio di dittatura o no?
La stampa del 17/10/09
MICHELE BRAMBILLA
E’ consigliata a tutti, specie alle persone facilmente impressionabili, la visione del filmato che Canale 5 ha dedicato l’altro ieri al giudice Raimondo Mesiano. Basta andare su Internet: innumerevoli siti lo ripropongono. Davvero bisogna vederlo.
Per due motivi. Il primo è che, se non lo si vede, non ci si crede. Il secondo è per rendersi conto di quale livello abbia ormai raggiunto il giornalismo con l’elmetto.
Raimondo Mesiano è il giudice che ha condannato la Fininvest a risarcire il gruppo De Benedetti con 750 milioni di euro. Canale 5 l’ha fatto seguire di nascosto dalle sue telecamere. Come fanno per «Scherzi a parte» o, per citare un precedente di livello superiore, come faceva lo «Specchio segreto» di Nanni Loy. La differenza è che in quelle trasmissioni alla fine la vittima dello scherzo viene avvicinato da un funzionario che dice: non se la prenda, se ci dà il permesso di mandare in onda per favore firmi qui. Invece le immagini trasmesse l’altro ieri a Mattino 5 erano rubate all’inizio delle riprese e rubate sono rimaste fino alla fine. Il giudice Mesiano ne è venuto a conoscenza, in compagnia di qualche milione di italiani, solo al momento della messa in onda.
L’altra differenza è che le gag di Nanni Loy facevano ridere, questa no. Il giudice viene ripreso, anche se sarebbe più corretto dire spiato, mentre è nell’esercizio di sue privatissime funzioni: uscire di casa, passeggiare, fumare una sigaretta, entrare dal barbiere, farsi radere, uscire, sedersi su una panchina, fumarsi un’altra sigaretta. Nulla di più banale, ordinario e scontato: eppure per Mattino 5 quelle immagini sarebbero la prova di «comportamenti stravaganti», come più volte sottolinea l’autrice del memorabile scoop. Non sapendo a cosa attaccarsi per giustificare quell’accusa di stravaganza, la giornalista sottolinea il «passeggiare avanti e indietro fumando una sigaretta» nell’attesa di entrare dal barbiere e - orrore - i calzini turchesi nei mocassini bianchi. Stravagante, e quindi un mezzo squilibrato, questo giudice che ha condannato la Fininvest.
Canale 5 è del gruppo Fininvest e ha tutto il diritto di criticare una sentenza che la colpisce. Può anche dire che in Italia ci sono le toghe rosse. E potrebbe perfino insinuare il sospetto che il giudice sia un mezzo squilibrato, se scoprisse che parla con i muri o si lancia da un quinto piano convinto di volare. Ma il filmato dell’altro ieri a Mattino 5 lascia sbalorditi, nonostante si sia abituati ormai da anni a una guerra mediatica fatta di colpi sempre più bassi.
Sbalorditi per la pretestuosità delle argomentazioni. Il filmato non mostra alcunché di bizzarro, davvero bisogna arrampicarsi sui vetri per vedere, nella passeggiata del giudice Mesiano, «comportamenti stravaganti». E sbalorditi per la meschineria dell’equazione «calzini turchesi uguale giudice inaffidabile»: equazione che mette i suoi autori allo stesso livello di chi ieri sfotteva Andreotti per la gobba e oggi sfotte Brunetta per la bassa statura. Siamo al livello della fisiognomica utilizzata dalla «Difesa della razza» di Telesio Interlandi.
Ma la cosa peggiore - quella che mette i brividi - è il pedinamento, lo spionaggio, la violazione della privacy, quindi la messa alla pubblica gogna, il sottinteso avvertimento «guarda che ti controlliamo». Ne avevamo già viste tante, da una parte e dall’altra. Ma che un giudice autore di una sentenza sgradita (e magari sbagliata: non è questo il punto) potesse essere seguito e filmato di nascosto, è una cosa che avevamo visto solo al cinema. Ad esempio ne «Le vite degli altri» di Florian Henckel von Donnersmarck, un capolavoro. Ambientato a Berlino Est. Roba da comunisti.
mercoledì 30 settembre 2009
Criminalità e affarismo, zavorra del Sud di Nicoletta Cottone

da il Sole 24 Ore online
Criminalità e affarismo sono la principale zavorra per lo sviluppo meridionale: deprimono l'etica e la legalità collettiva, spingendo i cittadini a pensare che le scorciatorie illegali consentano di raggiungere qualsiasi fine, distorcono i mercati creando monopoli di fatto e bloccano l'iniziative di chi agisce nella legalità. Fondamentale, dunque, sottrarre ai mafiosi i patrimoni illegalmente accumulati, rinnovare la classe dirigente locale e sensibilizzare la popolazione al rispetto delle regole. Giunge a queste conclusioni il rapporto del Censis "Il condizionamento delle mafie sull'economia, la società e le istituzioni del Mezzogiorno", realizzato su incarico della Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia. Fiumi di denaro sporco inquinano l'economia, insidiano la vita pubblica e infangano la reputazione italiana nel mondo. Sempre più aggressivi racket e usura.
Sicilia, Calabria, Puglia e Campania sono le regioni dove le mafie sono più presenti, ma dove il Pil pro capite è più lontano dal resto del Paese. Con il Pil del Sud a 42-44 punti percentuali di distanza dal Centro-Nord. Con il Sud che arranca, con una dotazione infrastrutturale insufficiente, una imprenditoria frammentata e spesso intimidita, classi dirigenti inadeguate e spesso colluse con le mafie. «In un simile contesto la criminalità organizzata – sottolinea Giuseppe Pisanu, presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia – ha avuto un gioco facile: ha invaso l'economia, è penetrata nelle amministrazioni pubbliche e ne ha influenzato le decisioni». Nell'assalto ai fondi pubblici, ha sottolineato Pisanu, «si è rafforzata quella borghesia mafiosa, quella zona grigia che all'occorrenza manovra anche il braccio militare, ma normalmente collega il braccio politico-affaristico col mondo dell'economia, trasformando gradualmente "l'organizzazione criminale" vera propria in un "sistema criminale" integrato nella società civile».
Ma da almeno quarant'anni le mafie hanno risalito lo Stivale, si sono insediate al Centro-Nord e hanno esteso le loro attività in Europa e nel mondo. Crescendo nel Sud Italia così tanto da costituire la principale causa del mancato sviluppo di gran parte del Sud. Più silenziose rispetto al passato, ma concentrate su affari e politica. Il divario Nord-Sud invece di attenuarsi, aumenta, la distanza economico-sociale si fa sempre più ampia. E senza Sud non riparte neppure il Nord.
I comuni del Sud in cui sono presenti sodalizi criminali sono un auarto, 406 su 1.608. In 396 Comuni sono presenti beni confiscati alle organizzazioni criminali, 25 sono stati sciolti negli ultimi 3 anni (8 nella provincia di Napoli, 4 in quella di Palermo, 3 sia a Reggio Calabria che a Vibo Valentia). Condizione preliminare per lo sviluppo è la sicurezza. «La repressione di ogni attività mafiosa è oggi il primo, indispensabile atto - ha concluso il presidente Pisanu - per risolvere la Questione meridionale e sanare quella che Aldo Moro chiamava "la storica ingiustizia"». Ma l'antimafia indiretta della repressione, come ha scritto anche il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, e coime ribadisce il presidente Pisanu, «non andrà molto lontano se non sarà accompagnata dall'antimafia indiretta delle buone regole di mercato, della concorrenza amministrativa e della trasparenza politica».
giovedì 17 settembre 2009
sabato 5 settembre 2009
EPILOGO: chi comanda fa legge.
Dopo la controffensiva del "giornale" DI FELTRI E LE DIMISSIONI DI BOFFO.....
IL DIRETTORE AD INTERIM DI AVVENIRE, MARCO TARQUINIO
Il sostituto di Boffo all'attacco:
«Cattiva stampa e video-indecenze»
Nel primo editoriale mette sotto accusa le tv. «Adesso giudichino i cattolici»
| Il direttore ad interim di Avvenire, Marco Tarquinio |
«C'è più di un problema nel mondo dell'informazione italiana», esordisce in prima pagina Tarquinio, che prosegue più avanti: «La libertà senza responsabilità non ha senso, e l'esercizio irresponsabile della libertà diventa inesorabilmente una maledizione per ogni comunità civile», per poi passare a stigmatizzare la «inconsistenza di quella maligna campagna diffamatoria costruita - nei titoli e negli articoli del Giornale diretto da Vittorio Feltri - su una lettera anonima travestita da documento del casellario giudiziario». Arrivando a parlare delle televisioni, Tarquinio scrive: «La magna pars dell'informazione televisiva pubblica e privata ha finito per amplificare le loro cannonate in faccia alla verità. Le falsità e le deformazioni sulla persona di Dino Boffo hanno avuto - per giorni - uno spazio tv irrimediabilmente insultante. Di Avvenire e della sua linea politica è stata fatta anche in tv una interessata caricatura. E questo perché Feltri & Co. sono stati fatti dilagare sul piccolo schermo con le loro tesi e (man mano che la verità veniva a galla) i loro aggiustamenti di tesi. E quando non sono stati loro - gli sbandieratori di una ignobile lettera anonima - a occupare lo schermo, le notizie di chiarimento venute dalla magistratura di Terni sono state ignorate o sminuzzate. Confuse - prosegue Tarquinio - in un polverone di chiacchiere in politichese. Tutt'al più di querimonie su una privacy violata, quando c'era una verità di vita fatta a pezzi. Un'autentica videoindecenza» .
L’editoriale si conclude con un invito a giudicare lanciato ai cattolici italiani. «Che giudichino loro in edicola e col telecomando questa libertà irresponsabile che, ancora una volta, nessun altro, neppure l'Ordine dei giornalisti, appare in grado di giudicare. Giudichino loro - finisce Tarquinio - la stampa della falsità e della cattiveria. Giudichino le videoindecenze».
mercoledì 12 agosto 2009
Il Sud sbaglia a gridare al complotto
L’assessore all'Istruzione campano, Corrado Gabriele, ha capito perché la scuola meridionale esce a pezzi dalle statistiche: «E’ ’n'aggressione mediatica». Come a dire: piove, Nord ladro! Lancia dunque un appello a Vasco Errani, presidente della Conferenza Stato-Regioni, perché «chieda formalmente all'Invalsi di verificare con serietà i dati prima di lanciare notizie pericolose e fuorvianti». Insomma, basta coi numeri fastidiosi. L’irritazione della classe dirigente del Sud è scontata. Nelle ultime settimane sono grandinate sulla «sua» scuola accuse di ogni tipo. Prima la delibera del consiglio provinciale di Vicenza contro la gestione dei concorsi per presidi.
Una gestione così «generosa» nel Mezzogiorno che, avendo riconosciuto uno sproposito di «idonei» (a dispetto dei tetti fissati dalla legge), ha già fatto distribuire all’ultima tornata 108 posti su 118 a «prof meridionali »... Poi la sparata di una deputata leghista per imporre un esame di dialetto ai docenti da assumere al Nord. Poi l’idea di chiedere l’obbligo di residenza... Poi le polemiche sul boom di diplomati col massimo dei voti, esageratamente alto in Sicilia o in Campania rispetto al Veneto o alla Lombardia... Fino ai dati dell’Istituto nazionale per la valutazione del sistema dell’istruzione che, esaminati i test di 1.304 scuole medie su un totale di 6.000 (un campione amplissimo), ha accertato che nel Sud (meglio: non solo nel Sud ma soprattutto nel Sud) troppi test erano stati falsati per far fare bella figura, diciamo così, agli studenti e quindi ai professori.
Un vizietto antico. In un Paese dove da decenni è stata demolita la politica del merito rimpiazzata dalla cooptazione, dalla spintarella, dalla raccomandazione (che Mastella definì «un peccato veniale servito per molto tempo a riequilibrare le ingiustizie Nord-Sud») è ormai entrato sottopelle a troppi italiani lo slogan che in tutt’altro contesto cantava Caterina Caselli: «Nessuno mi può giudicare». Ed ecco i 2.295 compiti copiati su 2.301 all’esame di Stato per avvocati a Catanzaro. Ecco le decine di concorsi taroccati all’Università, che hanno portato a casi abnormi come quello di un giovane siciliano che lo stesso giorno ha ricevuto una lettera di assunzione della Columbia di New York e una dell’ateneo di Palermo che gli comunicava che non possedeva i titoli per insegnare lì. Ecco le decine di denunce, nel novembre scorso, per il concorso (finito sotto inchiesta: troppi copioni) che avrebbe dovuto benedire la promozione dei nuovi magistrati. Chiamati poi a vigilare contro i concorsi-truffa altrui. Anche dopo lo scandalo dell’esamificio calabrese ci fu chi gridò al complotto: «La ferocia demolitrice con cui la stampa, la radio e la televisione hanno aggredito tutta la città di Catanzaro...».
Si è poi visto com’è finita. È bastato cambiare le regole, facendo esaminare i compiti ai commissari di un’altra regione, incrociandole a sorteggio, per stravolgere una tradizione che un anno aveva visto a Milano il 94% dei bocciati e a Catanzaro il 94% di promossi. Non ha senso, davanti a certi numeri, gridare ai complotti. Dice l’ultimo rapporto Ocse del P.i.s.a. che i quindicenni siciliani al livello più basso sono il doppio della media Ocse e il quadruplo che in Azerbaigian. Eppure, prima della stretta attuale, i bocciati alla maturità nell’isola erano l’1,3%. Con un record nel 2006 a Enna e Messina di 9 respinti ogni mille studenti. Dov’è il complotto? E dov’è il complotto se neppure una delle università meridionali è tra le prime trecento del mondo? Meglio sarebbe se la classe dirigente del Mezzogiorno, oltre a reagire strepitando (giustamente, talora) davanti alle più avventurose provocazioni leghiste, si facesse carico d’un problema: la scuola al Sud è in condizioni difficili. Spesso penose.
Lo è per ragioni storiche, perché il contesto di certe aree è complicatissimo, perché troppi genitori non collaborano, perché il ruolo degli insegnanti è stato via via sgretolato, perché troppi docenti, anche potenzialmente bravissimi, hanno il morale sotto i tacchi... Per mille motivi: ma è così. E non serve accompagnare un ragazzo fino alla maturità pretendendo il minimo del minimo e rinviando il problema a «dopo», quando andrà a schiantarsi con le barriere di una società competitiva, dura, feroce. Questo, per quel che si capisce, è successo nei test dell’Invalsi. Troppi professori hanno dato ai loro studenti «un aiutino». Per una specie di solidarietà tra «vittime di un sistema che non funziona». Perché hanno ormai rinunciato al merito in una società che non premia chi lo merita. Perché, dopo mesi di dibattiti sul «come» giudicare la produttività di un insegnante e come pagarlo conseguentemente per quanto vale o non vale, erano spaventati dall’idea che i risultati mediocri dei loro allievi sarebbero stati rovesciati addosso a loro: «Oddio, e poi il mio stipendio? La mia cattedra? Il mio lavoro?».
Certo è che per l’ennesima volta si è saldato un rapporto perverso: nessuno giudica nessuno per non essere giudicato. Il che, a differenza di quanto sostiene Mariastella Gelmini, non c’entra col ’68. O meglio, c’entra «anche» con il sei politico e il ’68 e quelle cose là. Ma c’entra soprattutto con una filosofia egualitarista che affonda le sue radici, trasversali a destra e sinistra, nel clientelismo, nel familismo amorale, nel patto insano tra lo Stato e una parte del sistema pubblico: io ti pago poco, tu mi dai poco. Col risultato che anche la scuola non ha come obiettivo il «cliente», cioè la crescita dello studente. Ma la gestione il più possibile tranquilla, «pacificata», di un milione di posti di lavoro. Sia chiaro, però: il problema segnalato dai test dell’Invalsi, come ha cercato di spiegare il presidente Piero Cipollone, non vale solo per il Sud ma per tutto il Paese.
Da Capo Passero a Sondrio. E la prova è sotto gli occhi di tutti: la riluttanza a giudicare gli studenti è figlia della riluttanza a essere giudicati. Vale per i docenti, per i quali da anni non esiste più alcuna forma di valutazione. Vale per i dirigenti. Fino a qualche tempo fa c’era una specie di «autovalutazione» sperimentale in cui uno si auto-votava (ottimo, buono, discreto...) determinando così la propria carriera e il proprio stipendio. Una cosa ridicola. Ma non c’è più manco quella.
Gian Antonio Stella
12 agosto 2009
