| Editoriali La stampa.it |
| 18/2/2010 - |
| di LUCA RICOLFI |
| Non sono giorni allegri quelli che stiamo vivendo. Prima arresti e denunce di uomini politici, di destra e di sinistra, per episodi di corruzione e malgoverno. Poi il crollo del mito Bertolaso, travolto dallo scandalo della Protezione civile. Infine, giusto ieri - 18° anniversario di Mani Pulite - la Corte dei conti rivela l'esplosione, fra il 2008 e il 2009, delle denunce per fatti di corruzione, concussione, abuso d'ufficio. Qualcuno si comincia a chiedere se non siamo per caso di fronte a una Tangentopoli 2, un nuovo tsunami giudiziario destinato a travolgere la politica come nel 1992. In questa situazione la tentazione di prendersela con il ceto politico e contrapporgli le virtù della società civile è molto forte, e ha fatto bene Ernesto Galli della Loggia ieri a ricordarci, dalle colonne del Corriere della Sera, che è la società italiana a essere marcia. Non solo perché per certi reati, come la corruzione e la concussione, bisogna essere in due, il politico e l'imprenditore, ed è quindi puerile addossare tutte le colpe a uno soltanto dei «mariuoli», come li chiamava Craxi. Ma perché sono innumerevoli i settori della vita sociale in cui le più elementari regole del vivere civile - non evadere le tasse, promuovere i migliori - sono sistematicamente violate senza che la politica c'entri minimamente. Il professore che trucca un concorso, il commerciante che non emette lo scontrino, l'imprenditore che fa lavorare in nero i suoi operai non sono vittime della politica ma, semmai, beneficiari della sua assenza. E tuttavia, se vogliamo che qualcosa cambi, non possiamo limitarci a guardare con costernazione all'abisso morale in cui è precipitata la vita del nostro Paese. Non possiamo continuare a contare soltanto su un sussulto delle coscienze, su un moto di indignazione, su una rigenerazione dello spirito civico troppe volte invocata e sempre mancata. Forse dobbiamo cominciare anche, più prosaicamente, a ragionare in termini di vincoli e di incentivi, come fanno (giustamente) gli economisti. Pensare che il problema si riduca a scegliere bene i candidati, a selezionare le persone giuste, a cacciare i disonesti, a mio parere è un po’ ingenuo (chi garantisce che l'allenatore scelga i giocatori giusti? e chi è l'allenatore?). Ben più importante sarebbe chiedersi quali sono i meccanismi che con tanta e crescente frequenza generano i comportamenti di cui l'opinione pubblica è ciclicamente chiamata a scandalizzarsi. Perché se identifichiamo i meccanismi possiamo provare a cambiarli. E un politico che ha la convenienza ad amministrare bene dà più garanzie di un politico che ostenta o promette moralità. Per quel che riesco a capire, direi che questi meccanismi sono almeno tre. Il primo, ben descritto da Cesare Salvi e Massimo Villone in un loro libro di qualche anno fa (Il costo della democrazia, Mondadori 2005), è il complesso di norme e di strumenti con cui, dopo Tangentopoli, i politici - anziché riformare la politica - si sono assicurati la possibilità di continuare a rubare e sistemare clienti, spesso in perfetta legalità. Ad esempio le cosiddette «società miste», perlopiù figlie delle vecchie aziende municipalizzate, che per molti politici sono diventate un vero e proprio «personal business» (cito Cesare Salvi), terreni di caccia privilegiati in cui essi possono spartirsi poltrone, gettoni, assunzioni, commesse. Il secondo meccanismo è la rinuncia, prima da parte del governo Prodi, poi da parte del governo Berlusconi, a varare una riforma incisiva dei servizi pubblici locali, basata su gare trasparenti e aperte anziché su affidamenti a trattativa privata (ricordate la fine ingloriosa del disegno di legge Lanzillotta, vanificato dal governo di centro-sinistra di cui essa stessa faceva parte? e gli interventi della Lega per annacquare la riforma dei servizi pubblici locali del centro-destra?). Ma forse il meccanismo più importante è un altro ancora: la crescita costante, inesorabile, dell'interposizione pubblica, ossia dell'attività di intermediazione dello Stato e degli Enti territoriali (Regioni, Province, Comuni), che giusto nell'anno appena trascorso ha toccato il massimo storico, con un'accelerazione senza precedenti (sarà anche per questo che, proprio nel 2009, sono esplose le denunce di corruzione, concussione, abuso d'ufficio?). Questo meccanismo è il più importante non solo perché sono ormai molti milioni - e crescono ogni anno di numero - gli italiani le cui opportunità di guadagno e carriera dipendono pesantemente da decisioni discrezionali di funzionari, dirigenti e amministratori pubblici, ma perché è questo il vero costo che la politica, spesso con la piena ed entusiastica complicità dei cittadini, impone al sistema Italia. Una stima prudente degli sprechi nella Pubblica Amministrazione - sanità, scuola, università, giustizia, burocrazia, assistenza (falsi invalidi) - suggerisce che essi siano pari ad almeno 80 miliardi di euro l'anno, qualcosa come cinque o sei Finanziarie. E tutto fa pensare che una frazione molto consistente di questa enorme voragine sia prodotta, più che dall'ampiezza dell'interposizione pubblica (un flusso di 1500 miliardi l'anno, fra entrate ed uscite), dal fatto che troppe decisioni di spesa non sono governate da regole automatiche e meccanismi trasparenti, bensì da tortuosi processi nei quali il negoziato, l'influenza personale, i rapporti di conoscenza diventano le variabili decisive. E' stato valutato che i costi diretti della politica, fra eletti, portaborse e consulenti, si aggirino intorno ai 4-5 miliardi l'anno: tanti, certamente, ma una goccia nel mare degli sprechi che la discrezionalità della politica produce ogni anno in tutti i campi in cui ha un ruolo decisivo. E' questo mare che dovremmo innanzitutto cercare di prosciugare. E per prosciugarlo, forse, creare regole e incentivi funzionanti può essere più importante che esortare il mondo politico a ritrovare la moralità perduta, ammesso che ne abbia mai avuta una. |
Noi siciliani ci crediamo "sperti". Lo siamo veramente? Crediamo che il valore stia nei soldi ma forse la Qualità sta altrove. ;-)
giovedì 18 febbraio 2010
L'abisso morale del Paese
domenica 14 febbraio 2010
Papa: amministrazione pubblica riscopra "carità"
domenica 14 febbraio 2010 14:49
ROMA (Reuters) - Papa Benedetto XVI, che oggi ha visitato uno storico ostello per i poveri gestito dalla Caritas alla stazione Termini di Roma, ha invitato oggi i responsabili delle amministrazioni pubbliche e delle istituzioni "a impegnarsi nella costruzione di un futuro degno dell'uomo", riscoprendo la "carità".Sottolineando che il 2010 è l'anno europeo della lotta alla povertà e all'esclusione sociale, Papa Ratzinger ha detto: "Desidero incoraggiare non solo i cattolici, ma ogni uomo di buona volontà, in particolare quanti hanno responsabilità nella pubblica amministrazione e nelle diverse istituzioni, ad impegnarsi nella costruzione di un futuro degno dell'uomo, riscoprendo nella carità la forza propulsiva per un autentico sviluppo e per la realizzazione di una società più giusta e fraterna".
Mentre "sembra prevalere la logica del profitto e della ricerca del proprio interesse", ha detto il Pontefice citando la sua enciclica Caritas in Veritate, la carità è invece il principio che va applicato non solo ai "rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo", ma anche delle "macro-relazioni: rapporti sociali, economici e politici".
La carità, ha aggiunto il Papa, è la virtù teologale per la quale si ama Dio sopra ogni cosa e il prossimo per amore di Dio, ma anche la disposizione naturale ad aiutare attivamente chi ne ha bisogno.
domenica 24 gennaio 2010
Perché il potere ha paura del web
la repubblica del 25/1/2010
Il precipitare degli eventi ha colto tutti di sorpresa, almeno in Occidente. Questo copione non è stato scritto né a Mountain View, il quartier generale di Google nella Silicon Valley californiana, né tanto meno a Washington nelle sedi del potere politico. Negli scenari più pessimisti elaborati dal Pentagono, quando due anni fa l'Esercito Popolare di Liberazione centrò in pieno un proprio satellite in un test di guerre stellari, fu detto che la conquista dello spazio sarebbe stata la prossima sfida tra l'America e la Cina. Nessuno aveva messo in conto quello che sta accadendo da due settimane: l'improvviso gelo tra i soci del G2 per il controllo del cyber-spazio.
Eppure quando Google lanciò la sua versione in mandarino nel 2006, la censura di Stato esisteva già. Come Microsoft, come Yahoo, come Rupert Murdoch, anche il colosso di Mountain View accettò il patto con il diavolo: collaborare con il regime facendo propri i suoi tabù, interiorizzarne i limiti alla libertà di espressione, autocensurarsi con dei filtri di software automatici approvati dalle autorità locali. Sembrava logico. Google si comportava come tante altre multinazionali "normali", separava le regole universali del business capitalistico dal contesto politico locale. Come un qualsiasi fabbricante di auto o di jeans, Schmid pensò di poter chiudere gli occhi sugli abusi contro i diritti umani, e partire alla conquista del più vasto mercato mondiale. Anzi, nel 2006 la questione di coscienza per gli americani sembrava risolta una volta per tutti dalle parole ottimiste di Bill Gates: "Per quanti limiti possano mettere all'attività di Microsoft, l'avvento di Internet introduce nella società cinese un volume d'informazioni senza precedenti. La Cina sarà comunque migliore di prima, grazie a noi". Ai vertici di Google, a onor del vero, non tutti la pensavano così. Sulle condizioni dello sbarco in Cina aveva dei forti dubbi uno dei due co-fondatori dell'azienda, Sergey Brin. Per la sua biografia personale - nato nell'Unione sovietica, emigrò in America da bambino con i genitori - aveva intuito un'incompatibilità insolubile, tra la "natura" profonda del business di Google e quella della Repubblica Popolare.
La casistica dei conflitti tra i regimi autoritari e la libertà online è ricca di precedenti, dall'Iran alla Birmania. Ma la questione cambia completamente quando la posta in gioco è un mercato di 330 milioni di utenti, ormai il più popoloso del pianeta. Il comunicato del governo cinese che stigmatizza Google e ribatte alle critiche di Hillary Clinton, fa esplicito riferimento alle "regole della rete cinese". Nessuno immagina che possa esistere un "Internet iraniano". Ci sono solo le barriere che Teheran frappone per l'accesso locale alla rete: che resta una, indivisa e globale. Ma l'idea che la Cina possa organizzarsi come un cyber-universo autonomo da noi, è altrettanto impensabile?
In Occidente diamo ormai per scontato da anni che la superficie terrestre sia scandagliata minuziosamente da GoogleMap. Ricordo il divertimento con cui mi accorsi, quando abitavo a San Francisco, che dalle foto satellitari si poteva vedere non solo casa mia ma anche la targa della mia auto. Non appena mi trasferii a Pechino nel 2004 scoprii che intere zone della capitale cinese invece erano oscurate, a cominciare dal quartiere di Zhongnanhai dove risiede la nomenklatura comunista. Ciò che a noi appare naturale, o inevitabile, cioè che la mappatura terrestre sia fatta da un'impresa privata americana, non è accettabile a Pechino. E' un'intrusione virtuale nella sovranità: un valore per il quale gli Stati scendono in guerra da secoli. E visto da Pechino il confine che separa un colosso privato come Google dal governo di Washington, è labile.
Ken Auletta, autore del saggio "Googled" (il passivo del verbo "googlare"), osserva che "poche altre tecnologie - la stampa di Gutenberg, il telefono - hanno avuto effetti sociali rivoluzionari come questo motore di ricerca, che ha sconvolto il nostro modo di produrre informazione, selezionarla, consumarla". Ma Internet essendo nato in America, tutta l'organizzazione del world wide web ha un'impronta made in Usa. Porta i segni inconfondibili di un "sistema": regole e valori nati negli Stati Uniti, per estensione occidentali, non necessariamente percepiti come universali a Pechino. Dove noi parliamo di "architettura aperta", altri capiscono "egemonia americana".
La Grande Muraglia di Fuoco, è il nome che i dissidenti hanno affibbiato alla censura online della Repubblica Popolare. E' il più moderno e sofisticato apparato di controllo dell'informazione, con almeno 15.000 tecnici informatici in servizio permanente. Eppure il governo di Pechino ha avuto bisogno fino a ieri di appoggiarsi sul "collaborazionismo" di Google, Yahoo, Microsoft. I dissidenti, o anche i giovani cinesi più curiosi e dotati per l'informatica, hanno appreso ad aggirare la Grande Muraglia. Usano metodi simili a quelli degli hacker: ad esempio per dissimularsi attraverso domicili online all'estero. Sono esattamente i metodi mutuati dai cyber-pirati al servizio del governo, nelle incursioni denunciate da Google il 12 gennaio. Hanno violato la privacy della posta elettronica Gmail di numerosi militanti dei diritti umani; nonché di un grande studio legale di Los Angeles impegnato in un processo contro aziende di Stato cinesi per violazioni di copyright. E hanno profanato le email di 34 aziende hi-tech nella Silicon Valley, un grave episodio di spionaggio industriale che getta un'ombra sulla sicurezza di tutto l'impero Google.
L'esperto d'informatica Holman Jenkins evoca per questa offensiva un precedente poco noto. "All'inizio degli anni Novanta ci fu un'escalation di episodi di pirateria navale nel Mare della Cina meridionale. Hong Kong, che era ancora una colonia inglese, raccolse le prove che i pirati erano in realtà al servizio delle forze armate cinesi. Era un modo per rivendicare la sovranità di Pechino su rotte di comunicazione strategiche". I cyber-pirati che la Cina ha scatenato contro Google, innescando un conflitto che ha portato fino all'intervento dell'Amministrazione Obama, starebbero facendo un gioco simile. Come il corsaro Francis Drake al servizio di sua maestà Elisabetta I contro l'impero spagnolo. In palio stavolta c'è uno spazio virtuale, perfino più strategico delle rotte marittime. La Cina punta molto in alto, se ha sentito il bisogno di intimidire Google fino a mettere in discussione la privacy dei suoi clienti industriali: tutti ormai potenzialmente spiati. I dirigenti della Repubblica Popolare possono immaginare un Trattato di Yalta del terzo millennio, con cui l'America prenda atto della loro sovranità su una parte di Internet. Se passa il loro piano, il discorso visionario di Hillary Clinton che ha esaltato Internet come "il grande egualizzatore", si applicherebbe solo al di qua della Grande Muraglia.
(25 gennaio 2010) Tutti gli articoli di Tecnologia
Scontro tra Cina e Usa sul motore di ricerca. In gioco c'è la libertà d'informazione. E il concetto di sovranità nazionale ai tempi di Internet dal corrispondente FEDERICO RAMPINI
NEW YORK - "Il nostro obiettivo è cambiare il mondo", è uno slogan di Eric Schmid, il chief executive di Google. Lo stesso Schmid che quattro anni fa, all'inaugurazione del motore di ricerca in mandarino, con l'indirizzo locale segnato dal suffisso ". cn", dichiarò: "Siamo qui in Cina per rimanerci sempre". Ora quelle due affermazioni - cambiare il mondo, rimanere in Cina - sono diventate tra loro inconciliabili. Se Google non accetta le regole di Pechino, e la censura delle autorità locali, la sua avventura cinese dovrà chiudersi. Lo scontro epico che si è aperto fra la più grande potenza di Internet e la più grande nazione del pianeta, è destinato a ridefinire nei prossimi anni l'architettura globale del web, i limiti geopolitici della libertà d'informazione, e il nuovo concetto di sovranità nello spazio online.Il precipitare degli eventi ha colto tutti di sorpresa, almeno in Occidente. Questo copione non è stato scritto né a Mountain View, il quartier generale di Google nella Silicon Valley californiana, né tanto meno a Washington nelle sedi del potere politico. Negli scenari più pessimisti elaborati dal Pentagono, quando due anni fa l'Esercito Popolare di Liberazione centrò in pieno un proprio satellite in un test di guerre stellari, fu detto che la conquista dello spazio sarebbe stata la prossima sfida tra l'America e la Cina. Nessuno aveva messo in conto quello che sta accadendo da due settimane: l'improvviso gelo tra i soci del G2 per il controllo del cyber-spazio.
Eppure quando Google lanciò la sua versione in mandarino nel 2006, la censura di Stato esisteva già. Come Microsoft, come Yahoo, come Rupert Murdoch, anche il colosso di Mountain View accettò il patto con il diavolo: collaborare con il regime facendo propri i suoi tabù, interiorizzarne i limiti alla libertà di espressione, autocensurarsi con dei filtri di software automatici approvati dalle autorità locali. Sembrava logico. Google si comportava come tante altre multinazionali "normali", separava le regole universali del business capitalistico dal contesto politico locale. Come un qualsiasi fabbricante di auto o di jeans, Schmid pensò di poter chiudere gli occhi sugli abusi contro i diritti umani, e partire alla conquista del più vasto mercato mondiale. Anzi, nel 2006 la questione di coscienza per gli americani sembrava risolta una volta per tutti dalle parole ottimiste di Bill Gates: "Per quanti limiti possano mettere all'attività di Microsoft, l'avvento di Internet introduce nella società cinese un volume d'informazioni senza precedenti. La Cina sarà comunque migliore di prima, grazie a noi". Ai vertici di Google, a onor del vero, non tutti la pensavano così. Sulle condizioni dello sbarco in Cina aveva dei forti dubbi uno dei due co-fondatori dell'azienda, Sergey Brin. Per la sua biografia personale - nato nell'Unione sovietica, emigrò in America da bambino con i genitori - aveva intuito un'incompatibilità insolubile, tra la "natura" profonda del business di Google e quella della Repubblica Popolare.
La casistica dei conflitti tra i regimi autoritari e la libertà online è ricca di precedenti, dall'Iran alla Birmania. Ma la questione cambia completamente quando la posta in gioco è un mercato di 330 milioni di utenti, ormai il più popoloso del pianeta. Il comunicato del governo cinese che stigmatizza Google e ribatte alle critiche di Hillary Clinton, fa esplicito riferimento alle "regole della rete cinese". Nessuno immagina che possa esistere un "Internet iraniano". Ci sono solo le barriere che Teheran frappone per l'accesso locale alla rete: che resta una, indivisa e globale. Ma l'idea che la Cina possa organizzarsi come un cyber-universo autonomo da noi, è altrettanto impensabile?
In Occidente diamo ormai per scontato da anni che la superficie terrestre sia scandagliata minuziosamente da GoogleMap. Ricordo il divertimento con cui mi accorsi, quando abitavo a San Francisco, che dalle foto satellitari si poteva vedere non solo casa mia ma anche la targa della mia auto. Non appena mi trasferii a Pechino nel 2004 scoprii che intere zone della capitale cinese invece erano oscurate, a cominciare dal quartiere di Zhongnanhai dove risiede la nomenklatura comunista. Ciò che a noi appare naturale, o inevitabile, cioè che la mappatura terrestre sia fatta da un'impresa privata americana, non è accettabile a Pechino. E' un'intrusione virtuale nella sovranità: un valore per il quale gli Stati scendono in guerra da secoli. E visto da Pechino il confine che separa un colosso privato come Google dal governo di Washington, è labile.
Ken Auletta, autore del saggio "Googled" (il passivo del verbo "googlare"), osserva che "poche altre tecnologie - la stampa di Gutenberg, il telefono - hanno avuto effetti sociali rivoluzionari come questo motore di ricerca, che ha sconvolto il nostro modo di produrre informazione, selezionarla, consumarla". Ma Internet essendo nato in America, tutta l'organizzazione del world wide web ha un'impronta made in Usa. Porta i segni inconfondibili di un "sistema": regole e valori nati negli Stati Uniti, per estensione occidentali, non necessariamente percepiti come universali a Pechino. Dove noi parliamo di "architettura aperta", altri capiscono "egemonia americana".
La Grande Muraglia di Fuoco, è il nome che i dissidenti hanno affibbiato alla censura online della Repubblica Popolare. E' il più moderno e sofisticato apparato di controllo dell'informazione, con almeno 15.000 tecnici informatici in servizio permanente. Eppure il governo di Pechino ha avuto bisogno fino a ieri di appoggiarsi sul "collaborazionismo" di Google, Yahoo, Microsoft. I dissidenti, o anche i giovani cinesi più curiosi e dotati per l'informatica, hanno appreso ad aggirare la Grande Muraglia. Usano metodi simili a quelli degli hacker: ad esempio per dissimularsi attraverso domicili online all'estero. Sono esattamente i metodi mutuati dai cyber-pirati al servizio del governo, nelle incursioni denunciate da Google il 12 gennaio. Hanno violato la privacy della posta elettronica Gmail di numerosi militanti dei diritti umani; nonché di un grande studio legale di Los Angeles impegnato in un processo contro aziende di Stato cinesi per violazioni di copyright. E hanno profanato le email di 34 aziende hi-tech nella Silicon Valley, un grave episodio di spionaggio industriale che getta un'ombra sulla sicurezza di tutto l'impero Google.
L'esperto d'informatica Holman Jenkins evoca per questa offensiva un precedente poco noto. "All'inizio degli anni Novanta ci fu un'escalation di episodi di pirateria navale nel Mare della Cina meridionale. Hong Kong, che era ancora una colonia inglese, raccolse le prove che i pirati erano in realtà al servizio delle forze armate cinesi. Era un modo per rivendicare la sovranità di Pechino su rotte di comunicazione strategiche". I cyber-pirati che la Cina ha scatenato contro Google, innescando un conflitto che ha portato fino all'intervento dell'Amministrazione Obama, starebbero facendo un gioco simile. Come il corsaro Francis Drake al servizio di sua maestà Elisabetta I contro l'impero spagnolo. In palio stavolta c'è uno spazio virtuale, perfino più strategico delle rotte marittime. La Cina punta molto in alto, se ha sentito il bisogno di intimidire Google fino a mettere in discussione la privacy dei suoi clienti industriali: tutti ormai potenzialmente spiati. I dirigenti della Repubblica Popolare possono immaginare un Trattato di Yalta del terzo millennio, con cui l'America prenda atto della loro sovranità su una parte di Internet. Se passa il loro piano, il discorso visionario di Hillary Clinton che ha esaltato Internet come "il grande egualizzatore", si applicherebbe solo al di qua della Grande Muraglia.
(25 gennaio 2010) Tutti gli articoli di Tecnologia
domenica 10 gennaio 2010
Convegno del 11-1-2010
SALUTI
- Oggi sono onorato e intimorito nell'essere qui presente con Voi e con questo oratorio qualificato.
- Intimorito perché gli oratori che mi hanno preceduto hanno delle esperienze di grande successo e io Vi offrirò semplicemente l'esperienza di un giovane che senza troppe risorse economiche e senza l'aiuto di nessuno, tranne quello del proprio padre è riuscito a mantenere un lavoro dignitoso e vivere la propria vita dove è nato e cresciuto, vicino gli affetti e agli amici.
- Onorato perché il lavoro fatto dai professori Marotta e Saia, è nobile: loro con questo progetto vi danno delle chiavi di lettura del presente e degli spunti per l'organizzazione del vostro futuro. Ai miei tempi questo non c'era ed eravamo tutti come degli sprovveduti. Spero che quel poco che Vi offrirò sia per voi utile.
- Mi chiamo Guglielmo Vitrano e conduco una ditta artigiana. Sono un' artigiano lattoniere, lavoro le lamiere sottili e produco manufatti di protezione per gli edifici insieme a 6 collaboratori con contratto a tempo indeterminato. L'artigiano è un imprenditore particolare: a differenza dell'imprenditore puro che dirige e amministra egli partecipa al processo produttivo, cioè lavora anche con le mani, produce oggetti o servizi e lo fà principalmente con il proprio lavoro. Assume in se diverse funzioni che in un'azienda più grande e articolata sono affidate a tante persone. Questo pone dei limiti fisici all'azienda artigiana e vi posso assicurare, impegna totalmente il tempo della persona. Di contro l'artigiano è un'esperto di Qualità nella sua azienda, in quanto svolgendo più funzioni ha minor bisogno di sistemi di rilevazione dei fatti, può scegliere velocemente e quindi adattarsi in breve tempo al mercato a costi sostenibili. Egli deve, per necessità, essere tra l'altro:
- Operatore di marketing;
- Progettista di prodotti;
- Operaio;
- Contabile;
- Riscossore.
- Ecc. ecc.
- La qualità secondo me è la chiave del successo in una azienda artigiana. Qualità significa servire il cliente in maniera soddisfacente. La si ottiene secondo la scuola di organizzazione aziendale giapponese per piccoli passi, investendo prima di tutto in buon senso e riflessione e avendo come obbiettivo la soddisfazione del cliente.
- Facendovi un breve storia della mia esperienza lavorativa spero di mettervi in luce come queste cose che ho accennato sono presenti nella pratica del lavoro quotidiano. Dovete però avere pazienza perché non sono un professore e ho più dimestichezza col ferro che con la parola.
- Compio i miei studi a Mussomeli.
- Mi diplomo ragioniere nel 1988 e subito dopo mi iscrivo a Economia e commercio a Palermo, riesco a sostenere due esami Matematica e Microeconomia. Esami che mi hanno lasciato competenze che poi mi sono servite nel lavoro.
- Parto nel 1989 per il militare, allora era obbligatorio. Il servizio militare l'ho svolto presso l'Arma dei Carabinieri. Da quell'esperienza, molto gratificante, ho imparato l'importanza della legalità, il senso dell'ordine e l'importanza dello spirito di corpo: quando sei in uno stadio di calcio e devi fare ordine pubblico puoi contare solo sul collega e lo stesso può fare lui con te. Siete tutti e due un solo Corpo che deve sopravvivere alle avversità, non si possono sopportare tradimenti, il corpo perirebbe. Questo l'ho messo in pratica nella mia azienda: tutti dobbiamo concorrere a soddisfare al meglio i clienti altrimenti la concorrenza ci travolge.
- Finito il militare ho deciso di interrompere gli studi e iniziare a lavorare con mio padre. Allora facevamo infissi metallici per il mercato locale. Mio padre, facendosi forte dell'esperienza, mi propose di iniziare a produrre qualcosa anche per i paesi vicini, qualcosa che allora non c'era, dopo qualche riflessione decidemmo di investire su un macchinario che produceva grondaie. Ricordo che mio padre impegnò tutti i risparmi di una vita e quando firmammo il contratto col produttore mi disse: "da ora non te ne puoi più pentire o siamo rovinati".
- Una cosa che mi ha segnato è stato il periodo del collaudo del macchinario avvenuto in alta Italia: in Emilia Romagna nel raggio di qualche chilometro c'erano migliaia di artigiani specializzati in qualsiasi cosa: ho subito capito che il mio macchinario non era frutto di un industria ma del lavoro in rete di quelle persone. Tale struttura produttiva era ed è efficiente ed efficace in quanto il rischi erano e sono divisi tra più persone e la crisi di uno di essi non pregiudica il sistema. Mi porto da sempre un cruccio: mi sono chiesto migliaia di volte perché qui al sud siamo così individualisti e non riusciamo a vedere l'altro collega come un partner per potere fare qualcosa di più grande assieme.
- Quando iniziammo la produzione delle grondaie ci rendemmo conto immediatamente che il problema non era fare le cose ma trovare i clienti a cui vendere quelle cose. Subito in maniera naturale ci dividemmo i compiti in base alle competenze, io ho assunto la responsabilità del lato commerciale e lui della produzione. I primi tempi mi mettevo in macchina dei pezzettini di grondaia e dopo aver consultato le pagine gialle andavo dai potenziali clienti e con un po di faccia tosta spiegavo i plus del mio prodotto. Ricordo ancora il mio primo ordine. Ero a Ravanusa e un signore mi ordinò una quantità di prodotto per me enorme. Quando iniziammo la produzione di quel lotto capimmo cosa fosse la logistica e la distribuzione: non sapevamo dove e come mettere tutta quella roba e soprattuto non sapevo come fargliela arrivare. In un primo momento ci affidammo a un trasportatore conto terzi e poi quando gli ordini divennero costanti comprammo un furgone.
- Fin da subito i clienti mi chiedevano delle foto dei prodotti e nel lontano 1993 mi rivolsi a un agenzia di pubblicità di Caltanissetta che elaborò il marchio che tutt'ora utilizziamo e compose una brochure. Fu un successo, ci distinguevamo da tutti e venivamo percepiti come i più professionali.
- Durante gli anni mi sono reso conto che un grande problema che non sapevo affrontare adeguatamente per la limitatezza dei miei studi, era l'organizzazione aziendale fatta in maniera moderna: conobbi allora un giovane consulente che ora è a Parma all'agenzia per la tutela alimentare. Aveva un chiodo fisso: la Qualità alla giapponese: i suoi consigli furono preziosi e tutt'ora la mia azienda gode di quelle consulenze. Egli diceva di fare tutto a piccoli passi, fare solo quello che serve a soddisfare il cliente.
- L'anno scorso un amico mi disse che era riuscito a fare affari con Internet. Quello passato è stato un anno duro, la crisi ha cambiato molto e fare affari è sempre più rischioso, per cui incuriosito mi sono documentato e con mio fratello abbiamo messo su un sito di informazione tecnica sui nostri prodotti. Sito che promuoviamo con servizi pubblicitari forniti da Google. Il ritorno dell'investimento è stato immediato e settimanalmente riesco a chiudere contratti di fornitura con clienti conosciuti col web, con regole commerciali condivise e sicure. Secondo me Internet è fondamentale per colmare alcuni nostri Gap dovuti alla mancanza di infrastrutture stradali e logistiche e dobbiamo chiedere ai nostri amministratori che si impegnino ad aumentare la velocita delle connessioni per permetterci la fruizione e la fornitura di servizi web.
- Quello di cui vi ho parlato forse per molti di voi rappresenterà poco ma è la mia esperienza ed è quello che posso offrirvi. Un consiglio: studiate, studiate, studiate. Per voi e non per i voti, più competenze distintive acquisirete più opportunità di lavoro potrete cogliere e il lavoro vi rende liberi. Per concludere il mio intervento ricordo una frase di Papa Giovanni Paolo 2° detta durante il giubileo del 2000 che mi ha accompagnato in questi anni e mi ha fatto coraggio: " E' difficile, ma con la grazia di Dio è possibile".
domenica 3 gennaio 2010
Documenti Vincolo paesaggistico.
Dopo qualche ora di ricerche internet ho raccolto alcuni documenti che possono essere utili a chi vuole far luce sulla questione.
E' possibile scaricarlo a questo indirizzo:https://download.yousendit.
o da Qui: http://www.adrive.com/public/5d38cbb563ab1628b4bd1cc3b6776baa98a7371bb6b19c55198ea4e395124ef7.html
mercoledì 16 dicembre 2009
LE FAMIGLIE DAVANTI ALLA CRISI E IL RUOLO DELLA CHIESA: IL LIBRO DEL CARDINALE TETTAMANZI IL "VALORE" DEI SOLDI

Famiglia Cristiana del 24/5/09
di Dionigi card. Tettamanzi
Il brano pubblicato in queste pagine è tratto dal libro del cardinale Dionigi Tettamanzi Non c'è futuro senza solidarietà. La crisi economica e l'aiuto della Chiesa (San Paolo, 143 pagine, 14 euro). In libreria in questi giorni.
Riconoscere che questo difficile momento di crisi è stato generato e alimentato dalla volontà di rapido arricchimento basato su speculazione e scommessa finanziaria è già un buon punto di partenza. Perché soltanto riconoscendo questo dato di fatto, riusciremo a pensare a strumenti che ci permettano di uscire da una crisi lacerante.
Come, dunque, trovare strumenti che sappiano generare il benessere e il bene-stare delle persone e delle famiglie? Strumenti non ancorati alla "scommessa facile", ma che siano in grado di fornire solidità al sistema economico e finanziario, che garantiscano crescita e affidabilità, allo stesso tempo?
Mi permetto di suggerire qualche pista di riflessione e qualche indicazione concreta. E di lasciare qualche domanda, alla quale gli economisti potranno rispondere.
Certamente servono nuove regole per la finanza, che limitino gli eccessi della cupidigia speculativa, della facile ricchezza. Occorre che le strutture finanziarie assumano come obiettivo una serie di valori, anche non direttamente economici, ma che nell’assieme influenzino la realtà in cui tali strutture operano e, pertanto, influiscano sulla possibilità di vita e di successo delle stesse strutture. Si pensi, oltre ai valori morali che costituiscono l’argomento che mi è proprio, anche a quelli culturali, ambientali, sociali, in una proiezione che si imperni sulla centralità dell’uomo. E questa attenzione non come mera affermazione di principio, ma in modo concreto.
Mi pare che i meccanismi che governano oggi la finanza escludano o limitino pesantemente la crescita delle piccole imprese, delle cooperative sociali, spesso ritenute dal sistema del credito come soggetti ad alto rischio, senza considerare però il "valore sociale" di cui tali imprese sono portatrici.
Il cardinale Tettamanzi nel carcere di San Vittore (foto Ansa)
Sarà possibile allora pensare a un sistema che sostenga il credito per tali iniziative e ne incoraggi la ripresa e l’estendersi del modello?
Per l’impresa finanziaria, ciò potrebbe specificarsi, ad esempio, nel servire – senza parzialità e con condizioni il più possibile vantaggiose nei costi, nei tempi, nelle modalità – tutti i soggetti con cui il mercato finanziario interagisce. Sarà possibile pensare a un sistema del credito e del risparmio in cui il cliente conosce a fondo come sono impiegati i suoi depositi, i suoi soldi, i suoi risparmi, i suoi investimenti?
I problemi dei "non bancabili"
Dico questo anche alla luce del fatto che, di recente, al rischio della crisi finanziaria sono stati esposti anche molti fondi pensione, risparmi ordinari di cittadini comuni, soldi della pubblica amministrazione. C’è un altro dato preoccupante: in Italia il 16 per cento della popolazione "non è bancabile", cioè per diversi motivi non ha i requisiti necessari per ricevere un prestito, godere di un mutuo. E ai "non bancabili" (che, non dimentichiamolo, sono persone, madri e padri di famiglia, responsabili del sostentamento di altre persone) che risposte possono essere date? Perché non strutturare un sistema di microcredito che consenta loro di poter riavviare la loro vita, di renderla solida sul piano economico, affinché si possa guardare con serenità al futuro? In questo senso l’esperienza messa in campo da alcuni soggetti e dalle Caritas mi pare significativa. Piccoli prestiti per partire o ripartire, anche con garanzie limitate.
Certo, è compito dei tecnici, degli economisti, delle persone impegnate nella finanza elaborare nuovi modelli. Ma ci sono due "virtù" che, se vissute e praticate da tanti, ci aiuteranno a uscire dalla crisi, a contenerne gli effetti, ad alleviare le sofferenze che sta causando: sono la sobrietà e la solidarietà.
Devo qui aggiungere che la mia analisi sull’etica, e in termini più vasti l’intera proposta del magistero della Chiesa nell’ambito economico e finanziario, potrà sembrare a molti un discorso condivisibile sì, ma soltanto a livello teorico, e dunque inapplicabile negli affari, senza possibilità di effetti concreti. Sono invece convinto che non è così. E a dirlo sono i fatti.
Leggendo le pagine economiche dei giornali ho notato che alcuni prodotti finanziari – in questo periodo di pesante e generalizzato crollo delle Borse – hanno retto meglio di altri. Mi ha incuriosito, in particolare, il termine "portafogli etici". E ho scoperto che si tratta, ad esempio, di Fondi comuni di investimento, di strumenti finanziari che negoziano titoli di aziende sensibili ai temi propriamente etici.
Quei comportamenti virtuosi
In questi "portafogli" sono ammessi solo i titoli che fanno riferimento a Governi e ad aziende virtuosi, attenti alle tematiche ambientali, al sociale. E trovo molto interessante che questa attenzione si riveli anche redditizia, oltre che doverosa. È un segno della bontà della proposta etica il fatto che addirittura sia più remunerativo curarsene anziché trascurarla. Mi chiedo: da dove viene questo guadagno? Dal fatto che i dirigenti delle aziende che operano secondo i princìpi etici riducono il rischio di scandali, di sanzioni per reati ambientali o spese legali per dirimere conflitti con i dipendenti, i fornitori o i collaboratori. E in tempo di crisi questi comportamenti, mentre permettono di contenere le perdite nell’immediato, possono tradursi nel medio termine addirittura in buoni profitti. Sono alcuni degli stessi operatori del settore finanziario a riconoscere che l’investimento "etico" avrà nel futuro sempre migliori opportunità di rendimento, aumentando così la sua quota di mercato.
Una via promettente e redditizia
Interessanti sono i criteri etici secondo cui questi operatori fanno la valutazione nel comporre i loro "portafogli" mirati: in un fondo etico non trovano spazio le società coinvolte in affari controversi, come la fabbricazione e la commercializzazione di tabacco, alcolici, armi, prodotti lesivi alla salute, materiale pornografico. Sono poi escluse anche le imprese che sfruttano il lavoro minorile, violano i diritti umani, seviziano gli animali, non rispettano l’ambiente con emissioni inquinanti, praticano il disboscamento selvaggio, traggono profitti con il gioco d’azzardo.
E la "via etica" è promettente e redditizia non solo per gli investimenti azionari nelle aziende private: alcune società finanziarie investono con questo stile anche nei titoli di Stato, attenti a evitare tutti quei Paesi dove – ad esempio – è ancora in vigore la pena di morte, sono in corso conflitti bellici, l’amministrazione pubblica è corrotta, non c’è sufficiente libertà di stampa, è alto il tasso di illegalità. È da rilevarsi ancora la particolare attenzione che viene prestata anche ai parametri di verifica del grado di tutela e di rispetto del patrimonio ambientale: le emissioni inquinanti, la produzione di energia da fonti rinnovabili, la gestione dei rifiuti.
Certo, rispetto alla totalità dei titoli finanziari trattati ogni giorno nel mondo, questi criteri etici sono applicati in una percentuale fortemente minoritaria.
Ma il binomio dell’investimento "sostenibile" e "responsabile" può veramente rappresentare un volano per il rilancio dell’economia, per il ritorno al guadagno da parte degli investitori e per poter contare su un’economia fondata su basi più solide, in grado di portare benefici duraturi a tutti.
Sono convinto che l’uscire dall’attuale crisi è questione non solo di nuove regole per l’economia in vista di modelli e sistemi realmente rinnovati, ma anche e innanzitutto di "stili di vita": di una vita plasmata dalla sobrietà e dalla solidarietà. Non nel senso che sobrietà e solidarietà debbano essere pensate come semplici "rimedi", magari efficaci ma transitori, in attesa di potervi prossimamente rinunciare! Esse, viceversa, sono le colonne portanti per una vita che già qui, nel tempo e su questa nostra terra, può trovare il proprio equilibrio e la propria felicità, in armonica relazione con sé, con gli altri, con il mondo, con il suo Creatore! Sono proposte in ordine a una vita, personale, familiare e sociale, qualitativamente migliore, non in qualche modo "attenuata" o sminuita!
Con "stili di vita" ispirati a sobrietà e solidarietà in vista di un’economia più giusta ed equa intendo, in breve, una serie di atteggiamenti profondi, da acquisire specialmente mediante i processi educativi, in grado di originare "modelli di vita" rinnovati, con le loro inevitabili ricadute sui "sistemi di vita", quelli che poi strutturano l’intera vita economico-sociale. Stili e scelte di vita che, per un cristiano, rappresentano forme di autentica carità e altrettante occasioni di testimonianza evangelica.
Il rispetto della legge
Coniugare sobrietà e solidarietà significa anzitutto un rinnovato rispetto della legalità. Occorre una mentalità, una cultura che veda nella legge, cioè in questa prima e insostituibile "misura" delle azioni comuni, non un ostacolo o un limite da oltrepassare a proprio piacimento, ma la guida per un agire sociale ordinato al bene di tutti. Non si tratta di educare a un’osservanza soltanto esteriore, formale della norma giuridica, ma a una responsabilità che faccia comprendere che il primo modo per dare il proprio contributo al bene comune, per dare rilievo all’altro considerato nell’ambito dell’intera società, è proprio osservare le leggi che, fino a che non entrino in contrasto con l’ordine morale, vanno osservate. Anche quelle in materia economica e fiscale. Senza un’appropriata cultura della legalità, infatti, nessun sistema economico né società democratica possono sussistere.
Questi "stili di vita" improntati a sobrietà e solidarietà riguardano realtà che vanno dalla famiglia al lavoro, dalla salvaguardia del creato alle scelte improntate a minor spreco di risorse, dalla ricerca di modalità di consumo e di sviluppo compatibili con l’attuale situazione economica e sociale a una rinnovata proposta educativa che susciti vera attenzione alla società e ai suoi obiettivi autentici. Una società che si muove a grandi passi verso una globalizzazione che, osiamo sperarlo, si orienti sempre più verso un mondo più solidale. Già, fra le tante modalità fin qui assunte dalla globalizzazione, perché non deciderci a globalizzare con più convinzione e costanza la sobrietà e la solidarietà?
Dionigi card. Tettamanzi
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